"A una donna (figlia d’arte)
la macchina di Montecitorio"
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_10/donna-figlia-d-arte-macchina-montecitorio-lucia-pagano-a6e93050-98a7-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml
Mi scuso anticipatamente per questa deriva populista, anche se ritengo il termine populista avere un significato assolutamente positivo a differenza di quanto sostiene la cultura dominante...
Per esemplificare questi concetti si pensi proprio al caso specifico dell'apparato burocratico di camera e senato di cui parla l'articolo in testa al post: le due camere che dovrebbero esercitare il potere legislativo e, attraverso il governo che è comunque espressione delle stesse, esecutivo, possono funzionare solo se tutto l'apparato di cui sono costituite si muove ed agisce in maniera coordinata. E' il frutto della rivoluzione industriale e post-industriale: ogni organizzazione funziona come un meccanismo complesso, una fabbrica "a catena di montaggio", dove ogni persona diventa un ingranaggio necessario, o quasi, al funzionamento complessivo del tutto. Se i burocrati di Camera e Senato non operano in maniera corretta ed efficiente sia il potere legislativo che esecutivo non possono essere esercitati in maniera coerente ed efficace. Per assurdo potremmo con il nostro voto eleggere al Senato e Camera dei Deputati le migliori espressioni del nostro paese e comunque non riuscire a garantire un governo efficace ed efficiente della nostra società: il voto in questo caso sarebbe completamente inutile e di conseguenza ci ritroveremmo a vivere in un PAESE NON DEMOCRATICO.
Ragionamenti simili si potrebbero fare per altri settori fondamentali della nostra società: un esempio per tutti le Università, e la scuola in genere, che sono alla base della formazione e crescita culturale di un paese.
E' naturalmente un ragionamento estremo, per assurdo. Ma come tutti i ragionamenti per assurdo possono suggerire soluzioni da adottare.
L'art. 98 della Costituzione Italiana recita:
"I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.
Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero"
E' uno degli articoli disattesi della Costituzione: mai una legge è stata fatta per impedire a magistrati, polizia, militari, etc. di potere essere eletti in parlamento (la loro discesa in politica ne metterebbe in discussione non solo la loro attuale neutralità ma anche quella passata e futura, necessaria per le funzioni svolte).
Il primo comma indica che i "pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione" e questo dovrebbe bastare a evitare che possano essere assegnati doppi, tripli e multipli incarichi a personale all'interno dell'amministrazione pubblica (una persona = un solo incarico a cui dedicarsi in maniera completa al servizio del cittadino) o che possano avere interessi in altro (partecipazioni in società private che dovrebbero almeno essere sospese per tutta la durata dell'incarico nella cosa pubblica). Sempre nell'ottica di garantire la neutralità dell'apparato burocratico nella gestione della cosa pubblica si dovrebbe stabilire l'incompatibilità non solo con altri incarichi, ma anche con la presenza nella stessa funzione o in funzioni attigue di persone che abbiano interessi comuni, siano essi familiari, economici o professionali (per esempio no parenti, no soci in attività economiche precedenti all'incarico).
Naturalmente le limitazioni sopra non sono una condizione sufficiente a garantire il corretto e trasparente funzionamento della cosa pubblica, che dipendono sempre dalla sensibilità dei singoli, ma probabilmente ne costituiscono una condizione necessaria di cui ne beneficerebbe l'intera società e di conseguenza anche coloro che vedrebbero inizialmente perdere i loro privilegi che alla lunga rischierebbero di diventare soltanto terribilmente virtuali... Al primo posto occorrerebbe mettere sempre l'interesse dei molti, che è fondamentalmente l'interesse di tutti, a quello dei pochi.
la macchina di Montecitorio"
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_10/donna-figlia-d-arte-macchina-montecitorio-lucia-pagano-a6e93050-98a7-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml
Mi scuso anticipatamente per questa deriva populista, anche se ritengo il termine populista avere un significato assolutamente positivo a differenza di quanto sostiene la cultura dominante...
Ciò che emerge dall'articolo del Corriere, ancor più che dalla semplice lettura del titolo, è una commistione di interessi ed intrecci degni delle antiche famiglie nobiliari medioevali che si pensavano ormai spazzate via dall'Illuminismo nell'ormai lontanissimo '700.
Non voglio naturalmente dare giudizi personali su professionisti immagino validi e che non conosco, ma ragionare sull'impianto generale e teorico di questo modo di procedere. Premessa importante: il mantenimento all'interno della stessa famiglia di competenze e professioni è una condizione quasi naturale, oserei dire storica, all'interno delle organizzazioni sociali umane, anche se dovrebbe essere limitata per garantire quella mobilità sociale che rappresenta una garanzia di democrazia. La cosa diventa grave quando questo fenomeno si manifesta in maniera prepotente all'interno dell'amministrazione della cosa pubblica. Il mantenimento di cariche e professioni nelle amministrazioni all'interno di clan (non semplici famiglie, ma clan, per sottolinearne l'origine primordiale e primitiva) rischia di minare non solo l'effettiva democraticità di una società ma soprattutto quelle dinamicità essenziale per garantirne il progresso e la ricchezza economica e culturale.Per esemplificare questi concetti si pensi proprio al caso specifico dell'apparato burocratico di camera e senato di cui parla l'articolo in testa al post: le due camere che dovrebbero esercitare il potere legislativo e, attraverso il governo che è comunque espressione delle stesse, esecutivo, possono funzionare solo se tutto l'apparato di cui sono costituite si muove ed agisce in maniera coordinata. E' il frutto della rivoluzione industriale e post-industriale: ogni organizzazione funziona come un meccanismo complesso, una fabbrica "a catena di montaggio", dove ogni persona diventa un ingranaggio necessario, o quasi, al funzionamento complessivo del tutto. Se i burocrati di Camera e Senato non operano in maniera corretta ed efficiente sia il potere legislativo che esecutivo non possono essere esercitati in maniera coerente ed efficace. Per assurdo potremmo con il nostro voto eleggere al Senato e Camera dei Deputati le migliori espressioni del nostro paese e comunque non riuscire a garantire un governo efficace ed efficiente della nostra società: il voto in questo caso sarebbe completamente inutile e di conseguenza ci ritroveremmo a vivere in un PAESE NON DEMOCRATICO.
Ragionamenti simili si potrebbero fare per altri settori fondamentali della nostra società: un esempio per tutti le Università, e la scuola in genere, che sono alla base della formazione e crescita culturale di un paese.
E' naturalmente un ragionamento estremo, per assurdo. Ma come tutti i ragionamenti per assurdo possono suggerire soluzioni da adottare.
L'art. 98 della Costituzione Italiana recita:
"I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.
Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero"
E' uno degli articoli disattesi della Costituzione: mai una legge è stata fatta per impedire a magistrati, polizia, militari, etc. di potere essere eletti in parlamento (la loro discesa in politica ne metterebbe in discussione non solo la loro attuale neutralità ma anche quella passata e futura, necessaria per le funzioni svolte).
Il primo comma indica che i "pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione" e questo dovrebbe bastare a evitare che possano essere assegnati doppi, tripli e multipli incarichi a personale all'interno dell'amministrazione pubblica (una persona = un solo incarico a cui dedicarsi in maniera completa al servizio del cittadino) o che possano avere interessi in altro (partecipazioni in società private che dovrebbero almeno essere sospese per tutta la durata dell'incarico nella cosa pubblica). Sempre nell'ottica di garantire la neutralità dell'apparato burocratico nella gestione della cosa pubblica si dovrebbe stabilire l'incompatibilità non solo con altri incarichi, ma anche con la presenza nella stessa funzione o in funzioni attigue di persone che abbiano interessi comuni, siano essi familiari, economici o professionali (per esempio no parenti, no soci in attività economiche precedenti all'incarico).
Naturalmente le limitazioni sopra non sono una condizione sufficiente a garantire il corretto e trasparente funzionamento della cosa pubblica, che dipendono sempre dalla sensibilità dei singoli, ma probabilmente ne costituiscono una condizione necessaria di cui ne beneficerebbe l'intera società e di conseguenza anche coloro che vedrebbero inizialmente perdere i loro privilegi che alla lunga rischierebbero di diventare soltanto terribilmente virtuali... Al primo posto occorrerebbe mettere sempre l'interesse dei molti, che è fondamentalmente l'interesse di tutti, a quello dei pochi.
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine?"
Nel 1995 Nicholas Negroponte pubblica il best seller ""Being Digital": internet comincia a diffondersi nelle case degli americani ed in pochi anni la Rete diventerà uno, se non il principale, dei mezzi di comunicazione della società contemporanea.
L'alfabetizzazione digitale diventa altrettanto importante quanto quella tradizionale per lo sviluppo cognitivo di singoli e collettività.
Già qualche anno prima che tutto ciò si manifesti pienamente Negroponte nel suo libro intravede le enormi potenzialità della digitalizzazione, la riduzione di ogni tipo di comunicazione, sia essa scritta, verbale, per immagini o in video, in una sequenza di bit, di zero ed uno. Oggi è possibile trasferire in formato digitale anche odori a distanza. Le stampanti 3D consentono di realizzare oggetti partendo dalla loro "impronta" digitale. Ogni cosa sembra essere digitalizzabile, trasformabile in una sequenza di zero e uno, in bit, in numeri. Alla fine degli anni '60 McLuhan scrive "Il medium è il messaggio" per sottolineare che è il medium, il mezzo utilizzato per comunicare ancor più del contenuto di quanto comunicato, ad influenzare la forma mentis di un'intera società. Quindi secondo McLuhan internet, le mail, i social, stanno cambiando il nostro modo non solo di comunicare ma anche di pensare, di comprendere e rapportarci con ciò che ci circonda... o forse è il contrario: è il nostro modo di pensare che determina il successo di un mezzo di comunicazione rispetto ad un altro, quindi forse il web è il frutto del nostro modo di interpretare il mondo, le cose, le persone.
Tutto è digitale. Tutto può essere rappresentato da un numero.
Entzauberung der Welt, il disincantamento del mondo lo aveva denominato Weber quasi un secolo fa: "[...] l'uomo potrebbe - in linea di principio - dominare tutte le cose mediante il calcolo. Ma questo significa: il disincanto del mondo". La secolarizzazione della società occidentale è stata per decenni il principale motore del potere dei paesi sviluppati che hanno cercato e cercano di imporla anche sul resto del pianeta. Forse oggi questa stessa secolarizzazione sta diventando la principale debolezza della società contemporanea. L'uomo postmoderno è diventato un adolescente "stanco", guidato dagli istinti di un ragazzino ma senza la sua voglia di riscoprire e reinventare il mondo. Nel suo "The McDonaldization of Society", Ritzer rappresenta la tendenza delle grandi catene di fast food e dei parchi di divertimento alla Disney di rendere tutto misurabile, calcolabile e prevedibile come un orientamento generale della società contemporanea. L'uomo rischia quindi di perdere la sua identità reale a favore di una identità puramente digitale, virtuale, quantitativa, misurabile. L'uomo assume oggi un "valore d'uso" come una qualsiasi altra tipologia di merce. Ridotto a merce perde la propria umanità, diventa oggetto e non più soggetto della storia.
L'uomo digitale sempre più connesso si manifesta nella comunicazione basata sull'alfabeto comune del bit ma che manipola al fine di costruire una infinità di linguaggi diversi che rende spesso impossibile la comprensione reciproca e la capacità di sintesi verso ideali ed etiche comuni. Un individualismo distorto che invece di valorizzare l'uomo lo frammenta e lo confonde in una molteplicità di sensi senza senso, di significati che non hanno più valore condiviso e quindi senza alcuna utilità ai fini di costruire comunità. Si moltiplicano sempre di più gli scontri e si fanno più rari i punti di incontro.Ciò che guida lo sviluppo della società sembra essere l'interesse di pochi nell'incapacità dei più di riuscire a unire i propri sforzi per contrastare le tendenze alla mercificazione ed alla massimizzazione dei profitti.
Le persone diventano cose ed i diritti delle persone sembrano diventare ostacoli a perseguire l'unico obiettivo degno di valore, quello del benessere economico-finanziario.
Ma il benessere economico di chi? Di tutti? Di molti? Di pochi? A quando la quotazione in borsa del benessere? Può questo essere legato solo ad un freddo e distaccato valore economico? Il mais, il riso, la farina,l'acqua non sono più beni di prima necessità, su cui si basa la sopravvivenza di larga parte della popolazione mondiale, ma numeri a cui dare un valore e speculare. I lavoratori non sono persone, ma ingranaggi di un sistema produttivo atto a creare valore e come tale i diritti sono solo imperfezioni all'interno di processi finanziari solo all'apparenza ben rodati. Non è solo un problema di democrazia, ma di sopravvivenza. L'uomo sopravvive solo come collettività, comunità, società. Il bene di pochi a discapito dei tanti porta inevitabilmente all'autodistruzione.
"Essere, o non essere, ... se sia più nobile nella mente soffrire ...o prendere le armi contro un mare di affanni ... e imprese di grande altezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azione".
- Per "Umanesimo" si intende quel vasto movimento culturale che, iniziato negli ultimi decenni del Trecento e diffusosi nel Quattrocento, ha come caratteristica principale la riscoperta dell'uomo [...] un'indispensabile premessa culturale del Rinascimento, con la quale la generazione dell'età umanistica sottolinea una netta distanza tra il mondo medioevale, caratterizzato da una visione della vita, che poneva Dio al centro dell'Universo e [...] la loro visione in cui l'uomo è posto al centro dell'Universo ed è considerato artefice, padrone del proprio destino. - it.wikipedia.org.
L'uomo al centro del pensiero dell'uomo, della sua arte, della filosofia, della scienza, della poesia.
Inizia l'era moderna, il Rinascimento, il Razionalismo, l'Illuminismo, il Romanticismo, il Positivismo, il Post-moderno. L'attenzione dell'umanità si focalizza sull'uomo, pone l'attenzione ai suoi valori e necessità, abbandonando miti e dei. L'uomo diventa individuo unico ed irripetibile. Dio è morto dirà Nietzsche, l'uomo non ne ha ormai più bisogno nell'ultimo scorcio del secondo millennio. Non ha più bisogno del sovrasensibile, della mitologia del non razionale.
Già con il Romanticismo l'arte e la letteratura ci raccontano il disagio della società di fronte a questo nuovo stato di cose: Baudelaire, Hugo, De Balzac, Byron, Tolstoj, Verga, ... ma l'apice si raggiunge nei primi decenni del XX secolo quando ogni conoscenza, ogni certezza sono messe in discussione. Le due guerre mondiali suggellano lo stato di confusione in cui l'umanità si viene a trovare nella più grande tragedia che la storia ricordi. Camus, Kafka, Steinbeck, Orwell, García Márquez, Faulkner, Pavese, Paosolini, ci raccontano le paure e la violenza del nuovo mondo che si sta creando, una modernità liquida come l'ha definita Bauman.
Cosa ci aspetta ora alle soglie del terzo millennio? Dopo la morte di Dio si preannuncia la morte di dell'Uomo? L'Uomo sembra non essere più al centro dell'universo, al centro del suo pensiero, dell'arte, della scienza... forse, solo forse, anche della filosofia. Un nuovo dio sembra diventare il nucleo centrale della vita della società ormai globalizzata. Mentre il Dio cristiano, spazzando via definitivamente gli antichi dei, aveva posto le basi all'umanesimo e alla centralità dell'uomo, al suo essere individuo, ai suoi bisogni e valori, il nuovo dio del terzo millennio annichilisce l'umanità.
Se alla fine del XIX secolo in "Così parlò Zarathustra" Nietzsche affermava che Dio è morto, all'inizio del XXI possiamo forse dire che l'Uomo è morto?
L'uomo è niente di fronte all'ordine economico mondiale. E' merce e prodotto come merce e prodotto può essere un'automobile, uno snack, un oggetto di design.
Se alla fine del XIX secolo in "Così parlò Zarathustra" Nietzsche affermava che Dio è morto, all'inizio del XXI possiamo forse dire che l'Uomo è morto?
Siamo di fronte ad un Neomedioevo il cui dio, chiesa e religione diventa l'economia, il denaro e le sue reti di comunicazione.
L'uomo è niente di fronte all'ordine economico mondiale. E' merce e prodotto come merce e prodotto può essere un'automobile, uno snack, un oggetto di design.L'uomo sta diventando oggetto e non più soggetto della Storia?
Con questo post, finalmente cerco di arrivare al sodo:
la crisi economica, l'avevamo prevista e sappiamo come andrà a finire!
Un'idea che credo ormai sia chiara dai concetti presentati nel post precedente sul progresso tecnologico e sui cicli socio-economici della storia dell'uomo.Ad ogni fase di Sviluppo / Crescita / Esternalità, segue, anche se non certamente, ma con grande probabilità, una fase di Stagnazione / Declino / Decadenza Sociale.
Andiamo più nel concreto: Nel 1972, i coniugi Donella e Dennis Meadows, in collaborazione con Jørgen Randers e William W. Behrens III, pubblicano il "Rapporto sui limiti dello sviluppo", tratto dal libro di culto The Limits to Growth (I limiti dello sviluppo). Il testo presenta una simulazione delle conseguenze della continua crescita della popolazione, dell'industrializzazione,e dello sfruttamento delle risorse del pianeta sull'ambiente e sull'uomo stesso. Le prospettive di questo studio sono propriamente malthusiane (vedi il post http://assoluti.blogspot.it/2014/03/are-you-malthusians-or-cornucopians-i.html).
Secondo i Meadows entro 100 anni (dal 1972) saranno raggiunti in un momento imprecisato i limiti dello sviluppo umano e si assisterà ad declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità di produzione industriale ed alimentare. C'è però una speranza. È possibile agire sui tassi di sviluppo demografico e produttivo per garantire il mantenimento di una condizione di stabilità ambientale ed economica, sostenibile per tempi più lunghi.
Questo scritto ha fortemente influenzato la coscienza ambientalista ed ecologista nata negli anni '70, anche a livello politico ed istituzionale. Nella Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo Brundtland nel 1987 (conosciuta anche come Our Common Future) per la prima volta si parla di sviluppo sostenibile come sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. La definizione è stata poi ripresa sia nella conferenza di Rio che nel Trattato di Maastricht.
Nel 1992 i Meadows e Randers hanno pubblicato un primo aggiornamento del loro lavoro del 1972, con il titiolo Beyond the Limits (Oltre i limiti), in cui hanno sostenuto che i limiti della capacità di carico del nostro pianeta erano già stati superati, a cui è seguito un secondo aggiornamento del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update). Alcuni studi recenti sembrano mostrare che le previsioni del 1972 de I limiti dello sviluppo siano state pienamente rispettate... Bè è la crisi che stiamo vivendo proprio in questi ultimi anni, iniziata con la bolla speculativa internet e, dopo una breve ripresa, continuata nel 2008 con la crisi dei subprime e del debito sovrano di molti paesi sviluppati.
In realtà le crisi del 2000 e del 2008, hanno radici ancor più antiche.
Alla vigilia della fine della seconda guerra mondiale, quando le sue sorti sembravano ormai segnate e decise, nel luglio 1944, si tenne la conferenza di Bretton Woods, destinata a regolare l'economia dei paesi occidentali per quasi 40 anni.
Questi 40 anni saranno uno dei periodi più lunghi nella storia moderna dell'umanità di crescita economica e sviluppo costante, per questo motivo denominata da molti storici la Golden Age. Dagli accordi di Bretton Woods nacque il Fondo Monetario Internazionale, a cui fu affiancata la creazione della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ma soprattutto fu creato un sistema detto di gold exchange standard, basato cioè su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro statunitense, il quale a sua volta era agganciato all'oro. Il dollaro in pratica valeva come se fosse oro, grazie alla garanzia offerta dalle enormi riserve auree degli Stati Uniti. L'economia tornava pertanto, anche nei paesi occidentali, in mano ai governi ed agli stati e quindi, idealmente, in qualche modo al popolo, invece che nelle mani delle grandi aziende e delle banche, in poche parole della finanza. Quanto questo modello fosse sostenibile è difficile da stabilire, ma certamente per 40 anni garantì una crescita costante ed il diffondersi del benessere, almeno nei paesi occidentali, grazie ad un sistema quasi basato sull'economia reale e non sulla finanza. Già alla metà degli anni '60 la grande finanza cominciò però a reagire cercando tutti quegli strumenti che gli consentissero di recuperare il controllo dell'economia mondiale, dall'internazionalizzazione spinta alla creazione di mercati e società offhore.Il 15 agosto 1971, il sogno finì: il presidente Richard Nixon annuncia a Camp David la sospensione della convertibilità del dollaro in oro.
In pratica, a seguito dell'enorme spesa sostenuta dal governo americano per la guerra in Vietnam, unitamente alle varie operazioni necessarie a mantenere la supremazia nella guerra fredda, il valore dei dollari circolanti aveva superato quello delle riserve auree del paese (anche se nessuno mai lo ammise). In realtà il debito americano e dei paesi occidentali aumentò anche, e soprattutto, a causa degli strumenti creati dalla grande finanza per sfuggire al controllo ed alla tassazione degli stati. Come se non bastasse, nel 1973 la guerra del Kippur tra Israele e gli stati arabi e la conseguente crisi petrolifera diede il colpo di grazia al modello nato dagli accordi di Bretton Woods, ormai superati con lo Smithsonian Agreement di due anni prima. L'economia era tornata in mano alla finanza, e tutte le successive crisi, fino a quella di oggi, sono conseguenza e figlie di questo evento. Bene. Il libro "I limiti dello sviluppo" del 1972 dimostra concretamente che la crisi che stiamo vivendo era stata prevista oltre 40 anni fa ed abbiamo anche individuato quei puti di discontinuità che hanno portato all'attuale ciclo sodio-economico (Bretton Woods, gli Smithsonian Agreement, la guerra del Kippur, la crisi dei subprime e del debito sovrano). Rimane da capire come andrà a finire. Anche su questo tema abbiamo già le risposte: la teoria dei cicli di accumulazione di Arrighi, ma sopratutto una visione cornucopiana del mondo, ci fa sperare che la capacità umana di innovare e di reinventarsi, anche se dopo un periodo, ci auguriamo breve, di stagnazione e di declino, porterà ad una nuova fase di sviluppo e di crescita. Qualche luce si intravede già. Il mondo sta cambiando. L'era industriale è finita, stiamo vivendo una nuova era, che qualcuno chiama post-moderna. I flussi di comunicazione ed informazione guidano l'economia, la finanza, le società, le comunità e gli individui. Forse manca solo una qualche innovazione, che accompagni il nuovo modo di comunicare che caratterizza la nostra epoca. Una innovazione che forse qualcuno, in Cina o in India, chissà, ha già pensato e realizzato in qualche magazzino sperduto in una delle grandi megalopoli del nuovo mondo dei paesi emergenti... forse... Io ne sono certo!Avevo concluso il precedente post citando i cicli socioeconomici e le discontinuità che ne caratterizzano i cambiamenti di fase.
L'obiettivo di questo articolo è quello di cercare di individuare punti di discontinuità che hanno caratterizzato la storia dell'uomo, cercando di preparare un'analisi su quelli più recenti. I punti di discontinuità più recente possono forse farci intravedere i cambiamenti di fase in atto e farci comprendere se è possibile fare delle previsioni su ciò che ci aspetta nel prossimo futuro.
Prima di procedere secondo questo programma occorre però sfatare una convinzione comune: è proprio vero che il progresso tecnologico migliora la vita delle persone? Quasi. In generale si, ma non è vero in assoluto. Ragioniamo sempre per approssimazioni. Immaginiamo che un buon indicatore del benessere fisico delle persone in una data società sia l'altezza media degli individui che la compongono. Naturalmente questo indicatore ha validità se considerato nella scala globale del genere umano e non su singole popolazioni, per le quali la diversità dell'altezza media dipende da fattori molti diversi. Gli studi di paleoantropologia hanno mostrato che l'altezza media dell'uomo è diminuita leggermente nel passaggio dal paleolitico al neolitico, alla caduta dell'impero romano, nei primi anni dello sviluppo industriale tra il '600 ed il '700. Nel primo e nell'ultimo degli eventi citati questa diminuzione di altezza media, e presumibilmente di benessere fisico dell'uomo, si è verificato in corrispondenza di un'evoluzione tecnologica. Nel primo caso l'attuazione delle rivoluzione agricola, nell'ultimo della rivoluzione industriale. La diminuzione dell'altezza media si è accompagnata a segni di altre patologie, non presenti nell'era precedente. Nel caso del neolitico, le nuove attività di trasformazione del cibo e dell'artigianato, come per esempio quello di macinare il grano o di costruire cesti di vimini, sono stati causa dello svilupparsi di difetti sullo scheletro dei nostri progenitori. Sulle ginocchia, sella colonna vertebrale, sui denti. All'inizio della rivoluzione industriale, l'aumento della densità abitativa nelle città ha favorito lo sviluppo di malattie epidemiche, dalla tubercolosi alla spagnola degli anni '20 del XX secolo. Possiamo quindi affermare che che il progresso tecnologico porta sicuramente un aumento del benessere economico totale, ma questo non si distribuisce equamente ed immediatamente a tutta la popolazione ma, almeno nella fase iniziale, una parte consistente della popolazione vede il suo benessere fisico e sociale diminuire.
Nel 1925 l'economista sovietico Nikolaj Kondratev, l'inventore della NEP (Nuova Politica Economica) che consentì di risollevare l'economia sovietica dopo le catastrofi della prima guerra mondiale e poi abolita da Stalin, scrisse un libro.
Il titolo era "I maggiori cicli economici ".
In questo testo Kondratiev ipotizzava che l'economia capitalistica, e di conseguenza la sua società secondo gli schemi filosofici marxisti, evolveva secondo cicli regolari sinusoidali lunghi da 50 a 70 anni, in cui si alternavano una fase ascendente ed una discendente. Alla fase ascendente corrispondono i periodi di crescita veloce e specializzata, a quella discendente i periodi di depressione. Nel 1939 un altro economista, l'austriaco Joseph Schumpeter pubblica "Cicli Economici", in cui scompone il ciclo economico in 4 momenti: Espansione, Recessione, Depressione, Ripresa. Ognuno di questi momenti è legato alle innovazioni tecnologiche introdotte ed alla capacità di lungimiranti imprenditori di saperle utilizzare per creare nuovi mercati o espandere / rivitalizzare quelli esistenti. Così le innovazioni davvero epocali (il fuoco, l'agricoltura, le scrittura, la bussola, la macchina a vapore, il petrolio, l'elettricità, etc.) si susseguono a cicli particolarmente lunghi, di durata pari a circa 50 anni (i cicli di Kondratiev citati precedentemente).
Questa idea dei cicli sinusoidali porterebbe portarci a pensare che ad ogni grande discontinuità la storia ricominci daccapo, come se tutto ciò che è successo precedentemente non fosse mai accaduto. L'esperienza ci mostra che non può essere così. Alla caduta dell'impero romano si dovette assistere a grandi trasformazioni nella vita sociale delle persone. Ci fu certamente una riduzione del benessere sociale ed economico complessivo. La conoscenze acquisite precedentemente non andarono però perse. Basti pensare all'enorme opera compiuta dai monaci amanuensi che hanno consentito di fare arrivare fino a noi le opere letterarie e scientifiche greco-romane.
Questo fenomeno è stato sistematizzato e descritto nel libro "I cicli sistemici di accumulazione" del 1999 del sociologo italiano Giovanni Arrighi.
Quindi, se stiamo vivendo un periodo di recessione e/o depressione, quel che è certo è che quando acquisito dal genere umano fino ad oggi non andrà perso e costituisce comunque una buona base da cui ripartire per ricostruire il nostro futuro.
Gli storici ed i sociologi individuano, considerando la sola dimensione economica, due grandi punti di discontinuità nella storia socio-economica del genere umano: la Rivoluzione Agricola e la Rivoluzione Industriale. La prima con il passaggio da una società di caccia, raccolta e pesca ad una dell'agricoltura segnò il passaggio dalla cultura paleolitica a quella neolitica. Nascono le prime città. La popolazione umana per la prima volta comincia a crescere velocemente superando ampiamente il milione di abitanti sulla terra (fino a circa il 10.000 a.C. la popolazione mondiale di uomini si misurava in decine di migliaia di "esemplari"). L'organizzazione della società diventa complessa e si crea una suddivisione dei ruoli sociali e dei lavori mai esistita precedentemente. Città, regni, imperi, scribi, soldati e sacerdoti. Con la Rivoluzione Industriale il livello di complessità aumenta ulteriormente ed in maniera esponenziale. Dal 1750 ad oggi la popolazione mondiale si moltiplica di oltre 10 volte (da 700 milioni ad oltre 7 miliardi di abitanti oggi). Aumenta a dismisura l'urbanizzazione: le persone abbandonano le campagne e vanno ad abitare in città. Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale. Il lavoro richiede sempre più una maggiore specializzazione ed interdipendenza. Fino al XVIII secolo il lavoro si svolgeva in ambito familiare. Ogni persona era indipendente nel creare beni e prodotti. Con l'organizzazione scientifica del lavoro nella catena di montaggio di Taylor, ogni operaio produce una parte minima del prodotto finale. Tutto diviene estremamente standardizzato: beni, prodotti ed attività necessarie per costruirli.
Accanto a queste due grandi discontinuità del mondo economico io ne aggiungerei altre tre che hanno caratterizzato lo sviluppo storico del genere umano. Sono tutte riconducibili alla comunicazione ed al trasporto. Fino a soli pochi decenni fa non era corretto parlare di una unica storia del genere umano, ma sarebbe stato più corretto parlare di "storie" dell'umanità. Un abitante dell'estremo oriente asiatico ed un europeo erano agli occhi dell'altro come degli alieni. Profili genetici praticamente identici, ma culture profondamente diverse, sviluppatesi su strade parallele durante secoli di storia di reciproco isolamento. Quando Alessandro Magno cercò di conquistare l'India i suoi soldati si rifiutarono di continuare nell'impresa. Davanti a loro trovarono eserciti che combattevano in groppa ad enormi pachidermi, in mezzo a foreste pluviali abitate da animali che facevano parte solo della loro mitologia. Persino il clima era diverso da quello da loro conosciuto in Grecia o nell'enorme impero persiano, con temporali improvvisi sospinti dai potenti venti monsonici. Analogamente quando cadde l'impero romano d'occidente nel V secolo d.C., un evento epocale per la storia occidentale, probabilmente nella Cina, divisa tra le dinastie del Nord e del Sud dopo la caduta della dinastia Jin, nessuno seppe di quanto stava avvenendo. Quando gli europei arrivarono nel XV e XVI secolo nelle Americhe, per i nativi si trattava di semidei, con una tecnologia molto più avanzata rispetto alla loro. I poveri nativi americani non avevano neanche sviluppato gli anticorpi alle malattie portate dagli europei, che contribuirono a decimare gli abitanti degli imperi Azteco e Incas più di quanto fecero i conquistadores in battaglia.
Da un punto di vista della storia occidentale (europea ed americana), la prima grande discontinuità nella comunicazione e nel trasporto si ha nel primo millennio a.C. con l'invenzione della scrittura alfabetica ed il miglioramento delle tecniche di navigazione che consentirono a greci e fenici di portare la loro cultura in tutto il mediterraneo. Nel XV secolo d.C. abbiamo una seconda grande discontinuità, quella che Marshall McLuhan ha denominato la galassia Gutenberg, nel suo famoso omonimo libro del 1962, l'invenzione della stampa a caratteri mobili, in concomitanza con l'inizio della grandi esplorazioni europee, che porteranno alla scoperta ed alla colonizzazione delle Americhe (ma anche all'esplorazione dell'Asia iniziata già un secolo prima con i mercanti delle repubbliche marinare italiane, di cui Marco Polo è sicuramente il simbolo più emblematico). Infine nel XIX secolo, l'invenzione delle comunicazioni elettriche, del telegrafo e della radio, quindi della possibilità di comunicare a distanza in tempo reale, e l'invenzione del motore a vapore prima e di quello a scoppio poi, hanno unificato la storia dell'umanità. Il pianeta terra è con questa terza fase diventato effettivamente un mondo unico e non più un mondo di mondi alieni l'uno dall'altro.
Quella che stiamo vivendo oggi potrebbe essere una quarta fase della comunicazione: quella della comunicazione digitale.
Per potere però affermare che siamo all'alba di una nuova era manca secondo me una tecnologia del trasporto innovativa che abbia un impatto paragonabile a quello delle fasi precedenti. Nel prossimo post su questo argomento cercherò quindi di esaminare sia la discontinuità portata dalle comunicazioni digitali e, aggiungerei, mobili, ma anche i micro-eventi nella storia economica che si sono verificati nella storia più recente, per cercare di capire se siamo effettivamente in una nuova era post-industriale o post-moderna, o semplicemente in una sotto fase dell'era industriale.Sperimentalmente si dimostra come le ideologie politiche hanno un effetto ancora più "devastante" ed ampio sulle persone più intelligenti.
A questo link trovate i dettaglihttp://www.vox.com/2014/4/6/5556462/brain-dead-how-politics-makes-us-stupid
Qualcuno aveva previsto la crisi? SI. E quando?
Cosa ci aspetta adesso? Sappiamo già come andrà a finire?
Non scriverò subito le risposte a queste domande. Per due motivi, probabilmente ovvi. Dare immediatamente le risposte senza un discorso logico, contraddice lo spirito di questo blog. Diventerebbe un mero atto di fede, una "religion".
Un atto che spiega e rassicura, ma che si basa su dogmi e discorsi di senso comune. Vorrei invece tentare di seguire un discorso quasi-scientifico, nel limite delle mie conoscenze. Il secondo motivo è insito nei modi propri della narrazione, che diventa tanto più interessante da leggere, o ascoltare, quando più questa lascia intravedere e scoprire lentamente l'esito finale del racconto. Nel precedente post, l'ira di Khun, ho scritto sui modelli di costruzione delle conoscenze scientifiche. Ma qual'è il fine ultimo della scienza?
Limitandoci ad un punto di vista pratico e con una serie di approssimazioni, potremo affermare che il fine della scienza è quello di creare un modello teorico dei fenomeni oggetto di studio. Questi modelli ci consentono di dominare i fenomeni e di prevedere gli esiti di una data azione su quel fenomeno. Per esempio, conoscere i modelli matematici che governano le orbite degli astri e la legge di gravità, ci ha permesso di andare sulla luna. La conoscenza delle leggi dell'aerodinamica ci ha consentito di costruire aerei ed elicotteri. Lo studio dell'elettromagnetismo ci ha permesso di potere comunicare a distanza, prima con il telegrafo, poi con la radio e così via fino ai più recenti tablet e smartphone. Fine della scienza è quindi quello di potere prevedere e quindi governare qualsiasi fenomeno. Può ciò essere applicato anche agli uomini ed alla società? Così come avviene per le leggi fisiche, chimiche e naturali, è possibile applicare gli stessi principi allo studio dell'uomo per potere prevedere le sue azioni come individuo e come collettività?
Questa idea di scienza, di cui ritroviamo tracce anche nell'antichità, ha cominciato a svilupparsi in maniera sistematica nel XIX secolo. E' in questo secolo che troviamo infatti l'origine razionale delle scienze sociali e psicologiche, che hanno come oggetto proprio lo studio dell'uomo. Non dal solo punto di vista fisiologico. Di ciò si occupano da migliaia di anni le varie branchie della medicina, che affondano le loro radici nelle pratiche dello sciamanesimo prima e del religioso poi. Ma dal punto di vista dei comportamenti, individuali e collettivi, e di come questi incidono sulle diverse dimensioni che interessano la vita dell'uomo:
la dimensione economica, politico-sociale, culturale ed ecologica-spaziale.
Perchè proprio nel XIX secolo? L'800 è secolo in cui iniziano a realizzarsi due grandi novità nella vita sociale dell'uomo, che avevano avuto origine nel secolo precedente e vedranno la loro piena realizzazione nel XX secolo:la Rivoluzione Industriale e la nascita della democrazia rappresentativa e partecipata, con la Rivoluzione Francese.
Entrambi rappresentano una grande conquista dell'umanità, ma introducono una problematica che nelle epoche precedenti era trascurabile. L'INCERTEZZA.
Una grande, irrisolvibile incertezza. Perchè? I due fenomeni, l'uno di natura prettamente economica e l'altro di natura politica, entrambi con risvolti sociali e culturali clamorosi, possono cinicamente essere assimilati a due forme diverse di mercato. Da una parte il mercato di beni e servizi, sempre più standardizzati, e dall'altra il mercato del consenso, anch'esso con forme standardizzate e formalizzabili. Entrambi rivolti ad un pubblico di massa. Un pubblico sempre più numeroso, del quale diviene impossibile riuscire a capire gli orientamenti. L'individuo tal dei tali comprerà il prodotto commercializzato dalla mia compagnia? L'individuo tal dei tali voterà il mio partito? Nasce così l'esigenza di prevedere il comportamento umano, gli orientamenti generali, sia dal punto di vista economico che da quello politico. Serve una scienza in grado di studiare, analizzare, comprendere e prevedere i comportamenti sociali. Tra il 1830 e 1842 il filosofo francese Auguste Comte scrisse l'opera Corso di filosofia positiva, in cui per primo utilizzò il termine di sociologia. Comte era convinto che questa nuova scienza avrebbe consentito di portare l'umanità ad uno stato di benessere mai avuto prima, individuando leggi e regole in grado di governare i processi di natura sociale, con le stesse modalità adoperate per le scienze esatte e naturali (non a caso il filosofo avrebbe voluto chiamare questa scienza "fisica sociale" ma il termine era già stato utilizzato qualche anno prima dallo statistico belga Adolphe Quetelet).
Questa idea deterministica dello studio della società caratterizzò tutto il positivismo fino ai primi anni del XX secolo. Il paradigma scientifico del positivismo era fondato sulla convinzione che l'umanità fosse destinata ad uno sviluppo tecnologico, e di conseguenza sociale ed economico, continuo e lineare verso un miglioramento costante delle condizioni di vita dell'uomo. Gli eventi del 1915-1918, la Grande guerra, segnò la fine del sogno dei positivisti. Questo tragico evento fece ritornare in auge l’idea di una concezione ciclica della storia socio-economica e del progresso, che affonda le sue radici nel modo di concepire il tempo della civiltà greco-romana. Siamo quindi arrivati al concetto di CRISI ECONOMICA, di cui tanto si parla ormai da qualche anno. Se guardiamo alla storia in ottica di benessere sociale, in termini di salute fisica e psichica degli individui, e di benessere materiale, in termini puramente economici globali, molti studi hanno portato a definire lo sviluppo economico-sociale secondo una serie di fasi che si ripetono ciclicamente.
La prima fase è quello dello SVILUPPO: ad una piccola crescita dello sviluppo economico, corrisponde una crescita molto più ampia del benessere sociale. E’ ciò che avviene quando per esempio una nuova tecnologia diventa di uso comune e migliora sensibilmente la vita delle persone. Alla fase dello sviluppo segue la fese della CRESCITA: al crescere del benessere economico cresce anche quello sociale, ma sempre di meno. In termini pratici per migliorare il benessere sociale delle persone occorre sempre una crescita maggiore del benessere economico. Ad un certo punto questo sforzo di crescita economica non corrisponde più ad un aumento del benessere sociale. Il benessere economico continua a crescere, ma quello sociale diminuisce. Questa è la fase dell’ESTERNALITA’ ed è probabilmente quella che stiamo vivendo in questo periodo a livello globale. Cosa succederà ora? Ci sono diverse possibilità. Dipende dalla visione del mondo che si ha, se da Malthusian o Cornucopian.
E’ possibile che si riesca ad invertire la tendenza. Per esempio con la diffusione di una nuova tecnologia che impatta sia sugli aspetti economici che sociali. In questo caso si ritornerà alla fase dello sviluppo ed inizierà un nuovo ciclo socio-economico.
Potrebbe invece succedere il contrario. Se a piccoli avanzamenti di benessere economico corrisponde una grande diminuzione del benessere sociale, si passa alla fase detta di DECADENZA SOCIALE. Se invece diminuisce anche il benessere economico, ma questa diminuzione corrisponde una piccola diminuzione del benessere sociale, si ha allora la fase detta di STAGNAZIONE (che è quella che si sta vivendo già in alcuni paesi dell’occidente, vedi Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, Danimarca). La fase del DECLINO si raggiunge quando benessere economico e benessere sociale diminuiscono con la stessa velocità. Quando invece ad una piccola diminuzione del benessere economico corrisponde una grande diminuzione del benessere sociale si è nella fase detta del BREAKDOWN.
Per capire cosa ci aspetta occorre comprendere la natura dei cicli socio-economici. In ogni ciclo si ricomincia daccapo o qualcosa del precedente ciclo rimane? Quando avvengono le variazioni di fase? La prima guerra mondiale, a cui abbiamo accennato prima, potrebbe rappresentare appunto una discontinuità che caratterizza un cambiamento di fase nel contesto socio-economico. Possiamo individuare altri punti di discontinuità nella storia? …
E soprattutto abbiamo vissuto nella nostra storia recente dei punti di discontinuità che giustifichino l’attuale stato di crisi?
Cercherò di analizzare queste domande nella seconda parte di questo post.



























